Quando il monitoraggio non basta

Ennesimo femminicidio in data di oggi, la vittima Jessica Stapazzolo Custodio de Lima.

Il femminicidio di Jessica Stapazzolo Custodio de Lima e il fallimento del braccialetto elettronico


Oggi avremmo dovuto pubblicare un articolo dedicato alla storia di Elena Ceste.
Ma la cronaca delle ultime ore ci costringe a spostare lo sguardo: la notizia dell’ennesimo femminicidio ci impone di parlare di Jessica Stapazzolo Custodio de Lima, 33 anni, uccisa dal compagno a Castelnuovo del Garda.
Un’altra donna, un’altra storia di violenza già nota, segnalata, documentata. Eppure, non evitata.


Una morte annunciata

Jessica Stapazzolo Custodio de Lima — una donna brasiliana di 33 anni residente a Castelnuovo del Garda (Verona) — è stata trovata uccisa nella sua abitazione.
Gli indizi raccontano di un uomo, il suo convivente, che ha atteso quel momento: un’escalation di violenza, modalità drammatiche, un epilogo che avrebbe potuto forse essere evitato.

Ciò che colpisce – e che va sottolineato con forza – è che questa morte non è stata un impeto improvviso né un caso completamente al buio.
Le violenze familiari erano note. E l’uomo era già sottoposto a restrizioni: tra queste, un braccialetto elettronico che doveva rappresentare un vincolo – e invece non è bastato.


Il braccialetto elettronico: che cos’è e a cosa serve

Il braccialetto elettronico è un dispositivo imposto dalla giustizia come misura alternativa o accessoria: può servire per arresti domiciliari, divieti di avvicinamento, misure anti-stalking, per monitorare la posizione o i movimenti della persona alla quale è affidato.
In teoria, è un “ultimo baluardo” tra la libertà vigilata dell’aggressore e la sicurezza della vittima.
In pratica, la realtà è più fragile: il dispositivo dipende dal corretto funzionamento tecnico, dalla tempestività di intervento in caso di violazione e dalla capacità delle istituzioni di reagire in tempo.


Quando il vincolo viene meno

Nel caso di Jessica, ciò che salta agli occhi è la facilità con cui un uomo già noto per maltrattamenti, già sottoposto a misure, è arrivato a compiere l’atto estremo.
Le cronache riportano che lui aveva precedenti per maltrattamenti e lesioni volontarie; che la donna aveva denunciato, poi ritirato la denuncia; che la bambina le era stata tolta in affidamento proprio in ragione del clima familiare violento.

E come spesso accade, le donne vittime di violenza non subiscono soltanto le aggressioni fisiche e psicologiche, ma finiscono per affrontare anche ulteriori ingiustizie che nascono direttamente da quelle stesse violenze.
Nel caso di Jessica, la perdita dell’affidamento della figlia più piccola — D. F. (per rispetto alla minore ometto il nome), che sembra avesse circa un anno — è un esempio doloroso: il collocamento della bambina le era stato revocato proprio a causa del contesto di violenza in cui era costretta a vivere, provocato dal suo stesso compagno.
Una doppia condanna che aggiunge al trauma la privazione dell’amore quotidiano di una madre.

Se il braccialetto era stato imposto – come riportato – eppure la tragedia è accaduta, restano domande urgenti: come e perché quell’apparente controllo è saltato? È stato disattivato? Rimosso? Non ha funzionato in tempo utile?

Purtroppo, casi analoghi mostrano che il dispositivo non garantisce protezione automatica.
In Italia altri femminicidi sono stati compiuti da uomini già monitorati, in alcuni casi dopo aver tolto o disattivato il braccialetto elettronico.
E ogni volta il dibattito si riaccende, ma le misure di tutela rimangono le stesse.


Un sistema che non protegge

Questo caso non è solo l’ennesima tragedia.
È un segnale che qualcosa non ha funzionato nella catena di protezione: dalle denunce alle misure cautelari, dal monitoraggio alla protezione di un minore che era stato tolto per motivi di sicurezza, fino all’esito che nessuno voleva.

Se un dispositivo come il braccialetto elettronico viene percepito come “la misura finale”, c’è il rischio di sottovalutare il resto: la tempestività dell’intervento, la costanza del controllo, la protezione effettiva della vittima.

E quando quell’“ultimo baluardo” si spezza, il prezzo è la vita di una donna.


Conclusione

Torneremo a parlare del caso di Jessica quando saranno disponibili maggiori informazioni e quando le indagini faranno chiarezza sui passaggi che hanno preceduto la tragedia.
Ma oggi ci sembrava doveroso dare subito spazio a questa notizia, perché non si può restare in silenzio davanti a un sistema che continua a fallire.
Serve un controllo più attento, una protezione più reale per le donne che subiscono violenza, soprattutto quando quella violenza è già nota e segnalata.
Questo ennesimo femminicidio dimostra che le forme attuali di tutela, così come vengono applicate, non bastano. Non proteggono.
E ogni volta che si spezza una vita come quella di Jessica, è la società intera a perdere un’altra occasione per salvarne una.

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