Ho deciso di aprire questo blog perché, purtroppo, la nostra società è tristemente recidiva nel perpetuare delitti contro le donne. Delitti che spesso, tragicamente, sfociano nella morte delle vittime.
Il femminicidio, così come la violenza sulle donne in generale, è una forma di violenza di genere ancora troppo trascurata. Non perché non se ne parli, ma perché raramente ci assumiamo la responsabilità di ciò che accade. Viviamo in questa società subendola, senza davvero agire.
Anch’io, come tante donne, ho vissuto e subito la violenza in famiglia. Forse non in forme gravi come altre, ma abbastanza da lasciare un segno nella mia vita e in quella dei miei cari. E oggi sento la responsabilità, non come vittima — perché la vittima non ha mai colpa di ciò che subisce — ma come madre.
Come madre di due figli, mi rendo conto che spesso si parla di patriarcato e di violenza maschile, ma la verità è che le prime responsabili, in senso educativo, siamo noi donne. Non come vittime, ma come madri.
Ci tengo a precisarlo: la colpa non è mai di chi la violenza la subisce, ma noi siamo le madri!
I futuri carnefici e le future vittime sono i nostri figli e tutto dipende anche da come li cresciamo.
Ho cresciuto due figli che ora stanno uscendo dall’adolescenza, quasi un uomo e quasi una donna. Ho cercato di insegnare loro cosa significa vivere in una famiglia. A mia figlia ho cercato di insegnare che non si devono subire certe situazioni, che bisogna reagire, mantenere dignità, indipendenza e orgoglio di essere donna.
A mio figlio ho insegnato che tutti meritano rispetto, ma che una donna va trattata con particolare cura. Non perché “più di un uomo”, ma perché un uomo, per sua natura fisica, è più forte, e proprio per questo deve usare la sua forza per proteggere, non per dominare. Le donne sono madri, sorelle, figlie, mogli. E vanno rispettate.

Proprio per questo motivo voglio parlare di tante donne, di quelle che spesso vengono dimenticate. Perché troppo spesso ricordiamo il nome del carnefice, non quello della vittima.
Trovo questo profondamente ingiusto: tutti ricordano chi è Turetta, ma molti faticano a ricordare il nome di Giulia Cecchettin. Tutti ricordano chi è Buoninconti, ma non tutti si ricordano di Elena Ceste.
Non deve più essere così.
Ovviamente loro sono solo due esempi, potrei nominarne tantissime, ma lo farò a tempo debito, dedicando loro tutto lo spazio che meritano!
Con questo spazio voglio restituire alla società un po’ dell’aiuto che io stessa ho ricevuto, raccontando le storie di queste donne. Perché la memoria è ciò che ci permette di non ripetere gli errori del passato.

Comincerò proprio con Elena Ceste, che ho citato non a caso. Tanti anni fa, quando anch’io vivevo i miei drammi familiari, qualcuno mi scambiò per lei — e ho l’onore di assomigliarle. È successo più di una volta: sono stata contattata anche da trasmissioni televisive che seguivano la sua scomparsa.
Alla fine ero io stessa a chiamare i giornalisti di una nota trasmissione — che non nominerò, per rispetto della mia privacy e per tutelare i miei figli — per avvisarli che la donna avvistata a Bologna non era Elena, ma io.
Per questo, inizierò da lei.
Perché Elena, senza saperlo, con la sua morte e la sua storia mi ha dato la forza di uscire dalla mia prigione, di cambiare vita, di salvarmi.
Se oggi sono viva e ho una vita più serena, lo devo anche a lei.
Grazie, Elena.

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